La bellezza di Suzume no Tojimari.

                  Suzume no Tojimari

Quando Makoto Shinkai sale sul palco, il teatro si illumina.
Diventato ormai una icona del cinema Giapponese, il regista ci ha regalato un'altra delle sue perle con ”Suzume no Tojimari“ – un lavoro contenente infinite emozioni.

L' idea alla base della sinossi è quella di un mondo materiale connesso al "altrove" ossia una dimensione a parte dove dimorano i ricordi, e le catastrofi naturali che, attraverso porte apparentemente equivoche, raggiugnono il mondo per distruggerlo. A porre rimedio ai possibili terremoti, o tsunami, ci sono i chiudiporte: persone che da generazioni raggiungono l'origine del male –situato in luoghi abbandonati– e lo respingono tramite un rito con il quale si restituisce la natura alla terra.
Già dal suo incipit, Shinkai ci fa capire l'ordinamento generale del mondo in cui la storia prende luogo,, dove le catastrofi naturali sono interpretate come la volontà della terra, e non solo, di spazzar via le impurità.

Tuttavia, pochi all'infuori dei chiudiporte sono a conoscenza di questa verità. La protagonista della storia (Suzume) è uno dei soggetti "privilegiati" , che conoscendo il chiudiporte Souta (all'apparenza un universitario) avrà modo di scoprire molto sull'altrove, ma altrettanto su sè stessa.

[ ¹.⁰ ]  Ma, concentriamoci per un attimo su un elemento base della composizione del mondo: cos'è l'altrove? Certo, sappiamo cosa esso contiene, ma, come va interpretato nel contesto? 'anzitutto dobbiamo considerarne la forma, l'altrove ha infatti più modi di manifestarsi, ma a prescindere da essi, è intrinsecamente bello, e si compone di paesaggi naturali dai colori accesi in grado di affascinare chiunque. Ciò che possiamo affermare con certezza è che Shinkai l'abbia inteso come una dimensione a parte caratterizzata da un dualismo, quello dei ricordi e delle catastrofi; qual il vero significato dietro tutte quelle porte sia è ancora un fatto discutibile.

[ ².⁰ ] Una piccola parte della pellicola può essere intesa come un riferimento biblico, è infatti sempre presente la figura delle chiavi, e la chiave nell'Antico Testamento indica lo strumento che apre la porta o la chiude ↓

«Aspettarono fino a essere inquieti... Allora presero la chiave, aprirono, ed ecco che il loro signore era steso per terra, morto»

Qui possiamo rivedere una analogia con i chiudiporte, nella loro inquietudine, che precede l'atto di rito per scacciare il male, e rinchiuderlo nella porta. Stando ad altre scritture sacre, potremmo dar un'interpretazione anche al verme che è portatore delle catastrofi, ma spiegare una scelta simile richiederebbe un post totalmente dedicato, quel che possiamo dire è che Shinkai ha unito alla sua intelligenza un pizzico di religiosità.


[ ³.⁰ ]  Come in ogni prodotto targato Shinkai, anche qui il lato tecnico brilla, i background e le ambientazioni valorizzano appieno i colori, senza però saturizzarli troppo, e danno un tocco di fascino maggiore alla natura che la regia non perde mai l'occasione di mostrarci.
                     
[ ⁴.⁰ ]  Sebbene la pellicola abbia però tanti pregi, uno su tutti la rende speciale, e questo è la scrittura dei personaggi. L' opera si compone di un cast ristretto ma pienamente realistico, e nel suo non larghissimo minutaggio riesce a mostrare più lati di ciascun esponente. I personaggi primari sono Suzume, Souta, e Tamaki, accompagnati da comparse come Chika, o altre, e un poco più memetico Serizawa, amico universitario di Sou. È sì vero che la cerchia dei personaggi che eccellono sia ristretta nel contesto, ma un punto a favore di questa direzione è quello che vede ogni singolo personaggio, anche le comparse, come vivo – ciascuno ha la sua storia da raccontare, ha esperienze, ed i caratteri proposti sono sempre pregni di sfumature.  Un esempio di questa valorizzazione generale è la barista che Suzume incontra nella parte centrale della pellicola, dove, tra un problema e l'altro, si ritrova a viaggiare con Sou dal Hokkaido a Tokyo (con il ragazzo nel frattempo divenuto una sedia), quest'ultima è per esempio un personaggio che si vede pochissimo, ma le cui difficoltà possono essere intese al volo, e che sviluppa da subito un saldo rapporto con Suzume, tanto da trattarla come fosse sua figlia immediatamente.
  Naturalmente, a beneficiare maggiormente della qualità di scrittura è proprio la protagonista, Suzume, che viaggiando e sventando catastrofi colleziona esperienze di valore che le permettono di crescere come persona nel corso di tutta la durata del prodotto. E tra gli ingranaggi vittuali (necessari alla vita) della narrazione dell'opera vi è proprio un filo rosso che lega i tre personaggi primari: la storia di Suzume.



Suzume abitava in una cittadina di campagna assieme a sua madre, un'infermiera. La allora bambina custodiva calorosamente il più bel regalo che avesse mai ricevuto: una sedia gialla realizzata a mano per lei dal genitore, che verrà molto spesso ripresa, tuttavia, un evento catastrofico spazzò via la tranquillità di lei, ossia uno tsunami, che le strappò la sua famiglia e la felicità. Proprio in questo momento della sceneggiatura vi è un punto cardine, cioè quello in cui Suzume entra nella porta conducente al nulla (dalla quale la catastrofe era uscita) per accorgersi della presenza di una lei adulta, accompagnata da un ripreso Souta –da qui notiamo che l'altrove intende il tempo come un tutt'uno, passato, presente e futuro sono indissolubili– che genuinamente la saluta.
A seguito del disastro accadde quello che è l'evento sul quale si basa la caratterizzazione di Tamaki: la zia di Suzume divenne infatti sua tutrice poco dopo. Tramite la donna, ed una parte del minutaggio a lei dedicata, Shinkai ci tiene a trattare la fragilità e le conseguenze di un caso giuridico molto delicato

~Per aprire una parentesi di Diritto, quando un bambino si ritrova senza genitori viene affidato ad un tutore, scelto dal giudice tutelare, e appartenente possibilmente allo stesso nucleo familiare~

Tamaki-san ama Suzume, ma tra le tante cose positive, di lei pensa anche che le abbia impedito di sposarsi. Infatti, la donna era single, e il fatto stesso di avere, legalmente, una figlia, le ha precluso la possibilità di avere più relazioni, date la necessità economiche atte al mantenimento. Verso la metà della pellicola, lo sfogo della zia riguarda proprio questa sua impossibilità di avere relazioni stabili, che però lei non aveva mai voluto far pesare a Suzume, la quale in primis non aveva la maturità per capire questioni simili. 
Mettendo da parte però i singoli casi, possiamo dire che il passato di Suzume sia il filo rosso che lega i tre personaggi primari, poichè tutti, chi più chi meno, devono ad esso qualcosa. 

[ ⁵.⁰ ]  La struttura narrativa di Suzume no Tojimari non è eccelsa, ma raffinata. Shinkai ci porta infatti un prodotto che sfrutta più foreshadowing, e armi della narrativa, compresa una di preciso, che tuttavia non voglio nominare perchè sarebbe più che uno spoiler, un crimine.

Se dovessi descrivere la struttura narrativa in questione con un solo termine userei ”ciclo”  un qualcosa che inizia, finisce, si ripete, e spesso termina esattamente com'era iniziato, questa è la parola più efficente per descrivere una struttura che per me vale un 9/10.

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È bene specificare che quanto detto fin qui non esprime per nulla l'essenza del film, e non equivale ad un sommario degli eventi, se ancora non avete visto «Suzume no Tojimari» sedetevi sul divano e andate a godervi l'esperienza da soli, solo in tale modo potrete provare le innumerevoli emozioni a cui la maestria di Shinkai, ogni volta, induce.

Valutazione finale: 10/10

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